Mi muovo per le strade intasate di traffico e vedo i segni evidenti del sei Aprile sugli edifici. Mi ci sono abituata, è un fatto quotidiano. Lungo le strade fioriscono le rotatorie per agevolare il movimento di macchine e mezzi e bisogna ammettere che funzionano. Certo, fa un po' ridere vedere il percorso del tram fantasma spezzato dalle rotonde ma tanto si sapeva da tempo che quel progetto è stato un atto di arroganza inutile, una delle tante cose che recava danno alla città e non è che ora debba essere dimentica solo perché ci ha pensato il terremoto a creare qualcosa di decisamente più dannoso. Gli orizzonti sono diversi, la vita è diversa. L'Aquila certe volte mi sembra un lontano ricordo: guardo le foto in rete e non riconosco i miei posti, i vicoletti, le strade. Ho dovuto accettare l'idea di passare in mezzo ai puntelli ma mi va bene anche così pur di rivedere la mia città ripopolarsi di vita. Ma anche questa è un'aspettativa lontana e quest'anno non ci saranno passeggiate prenatalizie per vedere la città vestita a festa, il cinque gennaio non ci sarà il mercato della befana lungo le strade del centro. La dimensione comune a tutti è l'attesa: i lavoratori di Transcom attendono il licenziamento, le famiglie sulla costa attendono di poter tornare, le persone nelle tende attendono una casa, tutti attendiamo di poter lavorare per mettere a posto le nostre case e le nostre vite. Il colore predominante è ancora il blu delle tende che spicca contro i toni caldi di un autunno meraviglioso e tutto è coronato dal bianco della neve caduta sui monti.
La tendopoli di Via Martin Luther King è stata chiusa. Sul campo non resta che la breccia su cui per tanti mesi abbiamo camminato. Di quel posto conservo la memoria di tante strade che si sono incrociate ma non ne ho nostalgia, non è uno di quei posti in cui mi piacerebbe tornare. Avevo iniziato a scrivere Tendopolis per raccontare, per ricordare questa vita alla rovescia che è toccata a me e alla mia gente. Ci sono ancora tante cose da raccontare ma il tempo di queste pagine è chiuso come la tendopoli dove ho vissuto l'estate più triste e strana e paradossale della mia vita. L'invito per me e per tutti è quello di continuare a resistere e credere che esiste un modo per costruire una vita nuova per noi e la nostra città. E il primo passo lungo questa strada è non dimenticare la verità di quello che è accaduto il 6 Aprile 2009 alle 3,32.
E infine ringrazio ancora di cuore tutte le stupende persone che hanno lasciato la loro casa per aiutarci a riprendere la nostra vita nella realtà modificata che il terremoto ci ha lasciato e che, nel buio di quei giorni lontani, mi hanno insegnato che la speranza può sempre rifiorire e che il futuro, per quanto difficile, ancora ci attende.

Più passano i giorni più tutto si complica. Le decisioni più basilari si prendono tenendo conto in prima analisi di un dato tutto nuovo: il traffico. È una cosa a cui si pensava solo in dati periodi dell’anno: le strade da evitare, quelle da prendere, i posti dove andare. Ora, tra i cantieri delle C.A.S.E. e quelli delle rotatorie a volte non si sa più cosa fare. Andare a fare la spesa è diventata una vera impresa. I tempi si dilatano e i nervi saltano con una certa frequenza. Qualche giorno fa, andavo verso il centro commerciale e all’improvviso ho detto a me stessa che avevo voglia di sfidare il traffico e fare una cosa che dal 6 aprile non avevo più potuto fare. Così ho preso la decisione di affrontare il fantasma e andare a Via XX Settembre. Quella strada che è diventata il simbolo più triste del terremoto è uno del luoghi della mia infanzia: la mia scuola elementare era lì, la fermata dell’autobus che prendevo quando frequentavo la scuola media. Mentre mi avvicinavo all’imbocco della strada mi stupiva la mancanza di traffico ma poi ho pensato che l’assenza di vita in città giustificava anche quel vuoto. Che senso ha percorrere quelle poche centinaia di metri? A che serve? Senso unico a salire, il limite è di trenta all’ora, transenne a destra e sinistra, polvere come in una casa abbandonata che nessuno cura più. Insieme a me c’era mia madre. Abbiamo parlato poco, mancanvano pure le parole. All’inizio la percezione dei danni è stata minima e poi guidando lo sguardo non può vagare. Poi si arriva vicino al palazzo dell’Anas. L’avevo visto in tv, una delle prime immagini, quella del tetto poggiato sulle fondamenta. Ora c’è il vuoto e la visione del quartiere che non si vedeva prima completamente lesionato. Quel palazzo che non c’è più era circondato da un’inferriata e c’erano le rose nel piccolo giardino. Me lo ricordo bene perché lì c’era la mia fermata dell’autobus. Con la macchina che procede lentamente e pensando a chi ho perso sono arrivata davanti a San Bernardo, la mia scuola elementare: la scala è crollata, il muro esterno è lesionato, il muretto è a terra. Prendendo la curva che costeggia l’imbocco di Fontesecco, ho buttato un occhio a destra e ho visto la chiesa di Santa Chiara puntellata, mi sono chiesta che ne è della Madonnina sulla colonna. E dopo un po’ si arriva alla casa dello studente, a quello che ne resta. Il respiro si paralizza e la rabbia è una marea che non è facile contenere. Ho pianto in silenzio. Il resto sono solo muri sfondati, macerie, tubi innocenti che sostengono le facciate dei palazzi, puntelli. Lo sguardo sfiora via Campo di Fossa e si intuisce il vuoto. Scenari già visti in foto e nei filmati. Ma io so che non sono andata in Via XX Settembre per guardare ma per riappropriarmi di un gesto, quello di arrivare nella mia città percorrendo la strada che sceglievo ogni volta che dovevo entrare in centro. Questa città è sfregiata, vittima di una violenza naturale inaudita e della stupidità umana più pericolosa. Ma questa città esiste ancora e soprattutto esiste la voglia degli aquilani di rivederla vivere davvero e sappiamo che affinché questo accada è necessario riportare la vita tra quei vicoli e togliere quelle macerie. Per quante case di legno possano apparire all’orizzonte ognuno di noi sogna ancora quelle pietre e quelle viuzze strette.
Ho voglia di fare un giro in centro, proprio ora che piove e L’Aquila profuma d’autunno. Ma sarebbe solo un giro tra i ricordi. Ormai tutto ha l’amaro sapore di cose perdute. In tanti mi dicono che è un gioco al massacro pensare al passato e forse hanno ragione. Eppure io ho bisogno di ricordare la mia vita di prima, quella dimensione di piccola città a volte ostica ma così stupendamente autentica, sempre. All’orizzonte crescono case come funghi. E non bastano per tutti. Il traffico intorno alla zona commerciale è congestionato. Ogni volta che ci metto mezz’ora a percorrere una strada che ante sisma percorrevo un 10 minuti, mi impongo di non rassegnarmi ad accettare questa come nuova normalità. Qualche mattina fa, quasi senza motivo, ho aperto Street view. Come quando sfogli un album di ricordi che riapri dopo tanto tempo, riconosci tutti i posti come se li avessi visti solo il giorno prima. Così ho fatto il mio giro virtuale in una città che al momento non esiste. La rivoglio così la mia L’Aquila, piena di gente e di vita, coi suoi palazzi sbucciati come le ginocchia dei bambini in estate, coi suoi difetti e i sampietrini staccati, con i “ci vediamo ai quattro cantoni”.
Street view ha fermato il tempo, lì il 6 Aprile non è mai esistito: c’è un bel sole e le strade sono piene di gente, a Piazza Duomo è appena finito il mercato e stanno pulendo, qualcuno chiude le saracinesche, studenti con la valigia e c’è Noemi seduta sulla sua solita panchina davanti al Palazzetto dei Nobili, a due passi dall’ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia. Vederla lì, quasi come se niente fosse accaduto, mi ha strappato un sorriso per chi diceva che la facoltà sarebbe crollata il giorno che Noemi l’avesse lasciata. E poi ho pianto perché in effetti è accaduto davvero: Noemi ci ha lasciati e la facoltà è crollata. Un’istantanea dalla sua ultima estate messa lì a ricordarmi che L’Aquila potrà essere ricostruita come pure il suo tessuto sociale ma le vite perdute potranno essere ricostruite solo nei nostri pensieri e nella volontà di non dimenticarle mai.
Sogni, progetti, aspettative. Lavori o studi di giorno pensando al tuo domani. Lo immagini pieno e felice, fatto di quelle piccole cose che arricchiscono la vita e ti rendono una persona migliore. La sera vai a dormire e ripercorri la tua giornata pensando di poter far altro, meglio, di più. Aspetti che arrivi il sonno, provi quella sensazione di abbandono fiducioso del corpo e lentamente scivoli nel caldo abbraccio di Morfeo. Quello che non ti aspetti è svegliarti nel cuore della notte urlando di paura e sentendo sopra il ruggito del mostro e le tue stesse grida le voci spaventate delle persone che ami. La notte del 6 Aprile siamo fuggiti dalle nostre case che improvvisamente ci diventavano nemiche con destinazione sconosciuta. E da quella notte viviamo esiliati dalla nostra città. Nessuno di noi coltiva più illusioni. A quasi sei mesi da quell’inferno la nostra L’Aquila ha ancora le porte chiuse e sorvegliate dai militari. La sensazione è quella di vivere una guerra in cui non possiamo neanche affrontare il nemico. Per cui, in questi mesi, qualcuno ha avuto bisogno di crearselo questo fantomatico antagonista: prima erano gli sfollati sulla costa, poi i tendopolati in classe A. Altri hanno preferito percorrere strade diverse, rinunciare alla piccola grettezza umana che tanto siamo abituati a difendere. Ed è della loro storia che voglio parlare oggi.
Una formica può sollevare fino a 47 volte il peso del suo corpo.
Questa è una delle chiavi per capire che una certa operosità può sfidare imprese impossibili.
In un campo vicino a un fiume, proprio lì dove in un lontano giorno di sole ci sedemmo sul prato a salutare Noemi, vive un piccolo popolo davvero singolare. Da tanto tempo, o forse da sempre, parte silenziosa ma presente e operante nel tessuto sociale di L’Aquila, il giorno dopo il terremoto, queste persone hanno scelto un sentiero e a piccoli passi lo stanno percorrendo. Il primo passo è stato quello di recuperare costumi e materiali nella loro sede pericolante, poi giorno dopo giorno hanno portato il loro lavoro nei campi di accoglienza. Teatranti, Studenti, Artisti: Artisti Aquilani, aquilani non tutti per nascita ma tutti per una fondamentale scelta del cuore. Nell’ultima settimana ho avuto l’occasione di lavorare con loro, di toccare con le mie mani la polvere di tendopoli diverse dalla mia, di incontrare i volti di tanta gente che è ancora lì, in attesa di giudizio, nell’incertezza di un autunno che diventa ogni giorno più freddo. Sono i volti di tante storie da raccontare: speranze, paure, rabbia, dolore si inseguono nelle loro parole e sulle loro espressioni. E sono i volti che si accendono per un’ora di spettacolo e brillano di una luce diversa: il terremoto non è una bella favola da raccontare, tranne quando, lungo la tua strada si accende la speranza nel domani. A L’Aquila la parola RICOSTRUZIONE è ancora inesistente: si costruiscono case e casette per dare ospitalità a tante, troppe persone che sono in tendopoli (o sparse per il mondo). Nel frattempo, in quel piccolo campo vicino al fiume, si ricostruiscono relazioni sociali, progetti e speranze e quel piccolo popolo di tenaci sognatori si prepara ad affrontare l’inverno con il fuoco di una passione che nemmeno il mostro ha potuto divorare. Ma per contrastare il gelo aquilano quel fuoco non può bastare: c’è bisogno di ricostruire la casa dove abita il teatro, un posto dove possano prendere vita nuovi sogni e nuovi progetti ed essere protetti dalle intemperie del tempo e della vita.

Mi è capitato di leggere su Facebook una lettera aperta al Presidente Napolitano (http://www.facebook.com/home.php?#/note.php?note_id=130702829153&id=71253357381&ref=nf ).
Scorrendo i commenti sono rimasta allibita e disgustata nel leggerne alcuni. Noi Aquilani siamo esiliati dalla nostra città, confinati nelle tendopoli, rimandati in case la cui agibilità è stata valutata letteralmente ad occhio, spediti come pacchi postali a svernare sulla costa. Le case non sono pronte e non ci saranno per tutti e questo è un dato di fatto. Si vive nelle tendopoli da cinque mesi. E anche questo è un dato di fatto. In televisione mostrano le case nella nuova Onna pronte. E per il mondo tutto va bene. Ma noi che siamo qui, immersi fino al collo in questo gran casino lo sappiamo bene che la verità è ben diversa. E trovo allucinante che non si possa neanche dire. E trovo ancora più assurdo il continuo paragone con i terremoti degli anni passati. Quello che è accaduto a L’Aquila non ha paragoni possibili. Per quante menzogne possano essere snocciolate nel tentativo di coprire la verità, noi che eravamo qui, quella notte maledetta ce la ricordiamo bene. Ci ricordiamo la radio che alle 4 del mattino parlava di quella forte scossa compresa tra il 6° e il 7° Richter che verso le 6 è diventata una scossa della media intensità di 5.8 Richter. Ci ricordiamo le botte continue dal sottosuolo che ci facevano perdere l’equilibrio, ci ricordiamo il senso di nausea, quella specie di “mal di terremoto” che ci faceva vomitare l’anima perché non avevamo altro in corpo. Ci ricordiamo le crepe che si aprivano sull’asfalto sotto i nostri occhi, le macchine che oscillavano e la paura che non finisse più. Ci ricordiamo il rumore dei muri che si spaccavano mentre correvamo giù per le scale al buio, i calcinacci che ci cadevano addosso, le porte che non si aprivano, il sapore del cemento, gli occhi che bruciavano per le lacrime e per la polvere. Ci ricordiamo il freddo e la paura, l’impossibilità di contattare tutti, il tentativo di ricontarci e l’orrore nello scoprire che a quell’appello mancava qualcuno. Ci ricordiamo le voci di morte, la sensazione di fine di tutte le cose. Tanti, troppi di noi si ricordano le urla, l’agonia di chi si spegneva lentamente divorato dal mostro, le pietre e le polveri intrise di sangue, la speranza che ti faceva scavare a mani nude e poi la disperazione che ti toglieva tutte le forze. La nostra memoria è in questo momento il bene più prezioso che abbiamo: siamo testimoni che non possono essere messi a tacere da nulla, e tanto meno dall’arroganza e dalla maleducazione di chi fa della rete un mezzo per dare sfogo alle sue necessità più grette.
Dopo cinque mesi quella notte è ancora orribilmente presente e a questo si è aggiunta la paura per il futuro che non è mai stato così incerto.
Qualche giorno fa qualcuno mi ha scritto che visto che alcuni venivano rimandati a casa potevano riprendersi la vita normale. Mi è venuto da ridere. Vita normale? Cosa ci può mai essere di normale nel vivere in una taverna o in un container e avere l’intera casa da riparare e meno di diecimila euro per farlo? Cosa ci può essere di normale nella vita di un aquilano che non può entrare a L’Aquila? Cosa ci può essere di normale nel vedere spuntare alveari abitativi dove prima era il verde di una collina? La normalità è un concetto che va rivisto alla luce della devastazione che ha lasciato il terremoto. E ogni Aquilano sta lottando affinché niente di quello che ci circonda ora debba diventare per forza normale. Lottare ora significa non lasciare spegnere la speranza della ricostruzione, non accettare passivamente tutto quello che ci viene dato come “necessario” e non permettere che la nostra verità venga imbavagliata.
6 aprile - 6 settembre

Sono come la pianta che cresce sulla nuda roccia:
quanto più mi sferza il vento tanto più affondo le mie radici.
Proverbio Indiano
Qualche tempo fa, è stato volontario al campo di Via Martin Luther King un volontario giornalista. Al suo ritorno a casa ha scritto un breve articolo (non so di altri) che mi ha dato parecchio da riflettere sulla percezione esterna della vita in un’area di accoglienza (il modo eufemistico con cui sono state chiamate le tendopoli). Sul suo blog - http://scheggedivetro.blogosfere.it/2009/07/abruzzo-la-vita-in-tendopoli-gli-ivisibili-contro-i-veri-terremotati.html - ho lasciato il commento che ora riporto qui.
“Io a chi me lo chiede dico che nella vita faccio il giornalista”. Avessi saputo che fai il giornalista ti avrei parlato molto volentieri di tutto quello che volevi sapere così, oltre ai tuoi due occhi per vedere, avresti potuto avere il punto di vista di chi è qui dal sei Aprile e le cose le ha potute osservare da tutta un’altra prospettiva e che la vita al campo la sta vivendo e documentando da allora. Come giornalista sai quali sono state le tue fonti, come abitante della tendopoli, avendo letto ciò che hai scritto, io posso immaginarle.
Mi permetto di lasciare questo commento perché credo che l‘1% del tempo che, per tua ammissione, hai potuto dedicare all’osservazione di noi tutti sia stato decisamente insufficiente per darti un quadro chiaro. Pertanto spero che le mie parole possano far luce su alcuni punti che lasci un po’ oscuri.
In questi mesi ho imparato a distinguere chi il terremoto lo ha subito davvero da chi invece no e non dipende sempre e solo dall’aver perso la casa. Chi ha subito il terremoto ad un livello superficiale ti parlerà solo della casa, si autodefinirà “terremotato“ e dirà che ogni cosa gli spetta di diritto - e il più delle volte non ha mai nemmeno preparato un caffè da quando è lì aspettando di essere servito. E soprattutto ti farà una distinzione per classi di agibilità. Chi ha subito il terremoto a un livello più profondo, questa distinzione non la farà mai, e anche se ha perso la casa e ora è nell‘inferno dei punteggi per l’assegnazione dei moduli abitativi del progetto C.A.S.E. non dirà mai di se stesso “sono terremotato”. Sapevi che anche i morti danno punti? Più morti hai avuto nel sisma e più punti hai! E comunque le case non basteranno per tutti.
Nel leggere il tuo articolo ho avuto l’impressione che tu stia calcolando l’impatto del terremoto sulla vita delle persone in base alla classificazione dell’agibilità delle loro case ma tieni presente che anche chi ha casa agibile ha perso amici, parenti, affetti e ha perso la città e dietro ogni volto che hai incontrato a Cansatessa c’è una storia che non ha nulla a che fare con lo stato della sua abitazione.
Mi pare che tu affermi che il “vero” terremotato è chi ha perso la casa. E se era in una casa non di proprietà si può ancora definire “vero” terremotato? Ha diritto ad un alloggio pagato dallo stato oppure è giusto che, come faceva prima del terremoto, continui a pagarsi un affitto altrove? Oltretutto è vero che i prezzi sono lievitati ma è altrettanto vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio. Concordo sull’ingiustizia di stare a casa notte e giorno e venire a prendere i pasti al campo (cosa che comunque non accade più: i pasti si consumano al campo). Ma, quelli che tu definisci “invisibili” a volte erano a casa a raccogliere i pezzi di vita che il terremoto ha scaraventato sul pavimento. Chi sta ancora in una tenda non lo fa certo per il piacere di starci: quattro mesi di freddo, pioggia, lombrichi, caldo, formiche, ragni, bagni che si rompono, rumori a tutte le ore del giorno e della notte, erbacce, privacy zero. E per quello che riguarda i pasti, ti vorrei far riflettere che tu hai mangiato a Cansatessa per una settimana mentre noi quei pasti li consumiamo da quattro mesi: qualcuno è ingrassato e qualcuno è dimagrito. E non è una lamentela quando dico che sono abituata a mangiare diversamente. Questo significa vivere in una tendopoli. Abitazione in classe A non vuole dire null’altro che casa agibile.
Per avere l’agibilità al cuore ci vorranno altri tecnici e altre perizie.
Cosa sta pensando il resto del mondo di noi aquilani? Animali in uno zoo fotografabili dai turisti mentre fanno una grigliata davanti alle tende (è accaduto a ferragosto nella tendopoli del Globo). Parassiti che vivono nelle tendopoli da 5 mesi a spese dello Stato. Il gossip estivo e i fasti del G8 hanno fatto già dimenticare cos’è accaduto qui la notte del 6 Aprile e ora non siamo altro che un trafiletto a fondo pagina che racconta che qui tutto va bene e che entro - data variabile a seconda del caso - chi ha perso casa farà il suo ingresso trionfante nelle meravigliose casette dotate di tutti i comfort. Chi invece casa ce l’ha ancora ma deve metterla a posto è il caso che si accontenti di un lungo soggiorno invernale sulla costa con annesso pendolarismo forzato. E infine, chi ha casa in classe A, dal 6 settembre è pregato di tornarsene lì. Se poi non hai a casa nemmeno una stanza sana, fatti tuoi, ti arrangi, le tendopoli vanno comunque smontate. L’esperimento BeB, come ormai lo chiamano tutti, evidentemente prevedeva 5 mesi e non più (almeno per chi ha la casa in classe A).
Venerdì 28 Agosto, dopo 145 giorni di tendopoli, sono rientrata a casa. Per esser più precisa, nella taverna: in attesa di fare i lavori vivremo qui, con i letti separati da due armadi recuperati nella seconda casa (si fa per dire visto che ci stava per andare a vivere mia sorella) che è in classe E (inagibile) e pertanto nelle mani di un destino chiamato “decreto poi vedremo”. È una situazione inusuale ma ha il sapore dei nuovi inizi e, soprattutto, quando la sera ritorno, prendo la strada di casa e non quella della tendopoli. Di notte mi sveglio, sento il sibilo del frigorifero, ho la percezione del vero materasso su cui dormo, vedo le pareti bianche e il soffitto a doghette illuminati dalla radiosveglia. A volte ho paura, il ricordo del mostro di notte è più feroce e la nostalgia dei giorni precedenti il 6 Aprile è una lama tagliente ma non affilata quanto quella del pensiero continuo di chi non c’è più. Si piange in silenzio di notte o si ingoiano le lacrime. La mattina dopo c’è la caffettiera pronta, il latte di mandorle in frigorifero, le fette biscottate croccanti e il miele. E, soprattutto, c’è il bagno lì, pulito e pronto senza dover uscire e camminare sui sassi o sul fango prima di raggiungerlo!
La vita in modalità provvisoria sembra finita. La strada sarà molto lunga ed è decisamente erta ma noi aquilani alle salite siamo abituati.
Da diversi giorni penso a Tiziano Terzani, alla sua voce, alla sua scrittura e mi chiedo cos’avrebbe mai potuto raccontare di quello che sta accadendo dopo il morso feroce del mostro. Poi ho pensato che tante volte le parole di questo spirito meraviglioso e illuminato non erano riferibili solo ad una situazione ma mi entravano dentro e mi permettevano di riflettere su quello che mi stava accadendo. Per questo oggi lascio qui un semplice link: oggi come negli anni passati, Terzani riesce a darmi le parole che ogni tanto perdo per strada.
C’è bisogno di riportare il cuore nella vita

Mettere il naso per aria e cercar stelle cadenti, come se quell’infinito manto nero trapuntato di luci fosse rimasto l’unica certezza perché qui, in basso, sulla terra, tutto è mutato. E pensare che quel cielo lo guardavo con sospetto i primi mesi dopo la notte maledetta. Ogni alone alla luna, ogni singola nuvola strana sembrava dover esser presagio di chissà cosa. Invece il cielo è lì, maestoso e immobile anche mentre la terra trema ancora. Ed ecco che ancora una volta torna quella innaturale voglia di piangere e le lacrime che scendono lente all’improvviso, senza un apparente motivo. In certi momenti tutto è dolore e null’altro che dolore: come una farfalla imprigionata che ovunque vada non fa altro che sbattere contro i nodi di una rete. Tutto sembra perduto e la felicità è un’utopia o forse solo il ricordo di un tempo che non esiste più. E non vedi altro che una trappola fatta di angoscia e polvere. Polvere che scricchiola sotto i piedi e dentro i muri feriti. Polvere che te la senti addosso continuamente. Polvere che a volte ti toglie l’aria. Ma una farfalla, anche se intrappolata, non si arrende e continua a volare sperando forse che i fili che il destino bastardo ha intrecciato così bene possano cedere o che il feroce tessitore abbia fallito un punto. Un solo piccolo punto per riguadagnare il cielo e tornare a volare, anche solo per un giorno.
